Antonio Tundo (psichiatra)
Aiace e Bellerofonte i più antichi depressi. Ma il loro male veniva imputato agli dei.
Un’idea “morale” che tornerà nei secoli e resiste pure oggi che si può osservare, in diretta, formarsi un’emozione
In tutte le culture antiche sono riportati cambiamenti dello stato d’animo che oggi verrebbro collocati tra i disturbi depressivi.
I primi riferimenti noti si rinvengono nell’Iliade di Omero, in cui sono descritte la malinconia di Bellerofonte e l’incontrollabile disperazione di Aiace Talamonio che culmina nel suicidio, e nell’Antico testamento, dove si narra che Saul attraversò un periodo di profonda demoralizzazione, refrattaria a ogni terapia, compresa la “stimolazione” da parte di una donna giovane ed attraente.
All’epoca prevaleva una visione etico-religiosa della depressione che veniva attribuita all’intervento di forze soprannaturali o divine ed era spesso considerata una forma di punizione.
Fu Ippocrate, nel IV secolo a.C., a collocare questo disturbo nell’ambito della medicina. Il grande medico greco per primo individuò nel cervello la sede delle emozioni ed attribuì la depressione all’azione su questo organo di una sostanza interna, la bile nera (da cui il termine melanconia: mèlas “nero” e kolé “bile”)
Seguendo
il metodo ippocratico dell’osservazione obiettiva, vale a dire dei sintomi, nei
secoli successivi furono identificate le caratteristiche salienti del disturbo
depressivo: Aristotele (III secoli a.C.) mise in evidenza la relazione tra
“malinconia” e creatività, sottolineando come artisti, poeti filosofi e geniali
leader politici soffrissero di questo male più frequentemente dalla gente
comune; Areteo di Cappadocia (I secolo d.C.) ne rilevò il carattere ricorrente,
ed ipotizzò l’esistenza di uno stretto legame tra depressione ed eccitamento
euforico come le due faccie di una stessa condizione.
Nel Medioevo, sotto l’influenza della scuola araba di Avicenna (980-1037 d.C.), l’origine dei disturbi psichici fu nuovamente attribuita a cause magiche e religiose. Non più malattia, ma colpa e peccato, da imputare a passessione demoniaca o ad accidia.
E’ solo con il Rinascimento che si torna alla formulazione di ipotesi organiche circa l’origine della depressione. Alla fine dell’Ottocento il tedesco Kraepelin pose le basi dell’attuale inquadramento dei disturbi dell’umore riunendo nella diagnosi di “malattia maniaco-depressiva” numerose forme in precedenza considerate autonome (depressione , mania, stati misti, ecc…), e separandole dalla dementia praecox (schizofrenia).
La teoria organica della depressione a quell’epoca, però, non poteva venire confermata da indagini strumentali né da eventuali cure, che non esistevano.
Non desta pertanto meraviglia se in questi stessi anni Abraham e Freud proposero un’interpretazione psicodinamica di questo disturbo, attribuendolo alla “perdita dell’oggetto d’amore” o “all’introiezione di sentimenti negativi irrisolti". In tal modo alla depressione venne ancora negata l’origine organica e per decenni fu riportata nell’ambito astratto dalla psiche.
In questi ultimi anni, con il ritorno alla medicina empirica, la psichiatra sta attuando una vera e propria rivoluzione. Grazie infatti alle nuove tecniche di indagine, che consentono di registrare in diretta l’attività del cervello e osservare le aree che entrano in gioco a seconda dell’emozione vissuta dal soggetto, si stanno identificando i corrispettivi neurofisiologici della depressione come altri disturbi psichici. Alla base dei “disturbi dell’umore”, come si dice oggi, starebbe una comune vulnerabilità genetica ed essi sarebbero disposti in modo continuo lungo uno “spettro” che va dalle forme più leggere alle forme più gravi. Questo inquadramento della depressione, finalmente basato su riscontri obiettivi e non su interpretazioni a priori, senza possibilità di prove, permette ai medici di prevedere la possibile evoluzione di ciascun episodio e, quindi, di mettere a punto una strategia di intervento individualizzata , più precoce e più efficace.